I fenomeni migratori: storia, parole e diritti. Intervista a Michele Colucci (2022)

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Per affrontare l’argomento dell’immigrazione cercando di averne anche una prospettiva storica ne abbiamo parlato a lungo con Michele Colucci che fa ricerca presso il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) – Istituto di studi sulle società del mediterraneo e insegna storia contemporanea e storia dell’Europa contemporanea all’Università della Tuscia.


Gli interessi scientifici ruotano prevalentemente attorno allo studio della storia contemporanea, con particolare attenzione verso i fenomeni migratori. Si occupa di storia del lavoro e di storia delle istituzioni.È attualmente Responsabile dell’Unità di ricerca Napoli-Cnr nell’ambito del Progetto Firb Futuro in Ricerca “Frontiere mediterranee” finanziato dal Miur per il periodo 2013-2016. E’ membro della redazione della rivista “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali” e della rivista “Archivio storico dell’emigrazione italiana”.

In ogni occasione di dibattito, scontro o riflessione sulla presenza d’immigrati nel nostro paese, si può star certi che uno dei presenti intervenga per ricordare agli italiani che siamo stati un paese di emigranti.
Sembrerebbe quasi pleonastico ma è bene, quindi, chiarire in via preliminare i termini della questione, pensando alla nostra storia nazionale: emigranti, immigrati, emigrazione interna.

L’Italia ha una presenza strutturale di flussi migratori che hanno attraversato il territorio, che si possono rintracciare nella storia ben prima della sua unificazione politica. Si tratta di esperienze molto diverse tra loro.
L’emigrazione all’estero è un fenomeno evidente fin dai primi anni postunitari, che possiamo conteggiare in modo organizzato a partire dal 1876, ma la tradizione di partire verso l’estero alla ricerca di un lavoro o per fuggire da persecuzioni politiche e religiose è presente di fatto fin dall’Antico Regime in tutti gli antichi Stati italiani.
Con l’unificazione cambiano certamente i numeri, anche perché l’esplosione delle emigrazioni di massa su scala internazionale è un fenomeno tipico della seconda metà dell’Ottocento non solo dell’Italia. Sono molti i fattori che influenzano questa situazione: la rivoluzione dei trasporti che rende più economici i viaggi continentali e intercontinentali, la grande crisi agraria che moltiplica la pressione demografica e aumenta le migrazioni, l’internazionalizzazione del mercato del lavoro, la grande crescita di alcuni territori, quali l’America del nord, solo per citare alcuni casi.
Nel corso del tempo questo flusso di partenze aumenta, fino a raggiungere cifre altissime alla vigilia della prima guerra mondiale e a contaminare anche le regioni meridionali, che nella fase iniziale erano meno coinvolte.
Negli anni dell’immediato dopoguerra abbiamo un’ultima impennata e poi una fase di ridimensionamento, dovuta essenzialmente alla chiusura delle frontiere di alcuni Stati (in primis gli Usa nel 1924) e alla crisi del 1929.
L’emigrazione di massa riprende in modo molto forte nel secondo dopoguerra, ma questa volta è orientata prevalentemente verso l’Europa, si contrae dagli anni settanta del Novecento ma non finisce, come pensa qualcuno, semplicemente i ritorni sono superiori alle partenze. E non finisce neanche ai giorni nostri, anche se le nuove migrazioni italiane sono molto diverse da quelle del passato.
Un flusso di lavoratori e lavoratrici che espatriano si può constatare anche ai giorni nostri e non si tratta solo di ricercatori e persone altamente qualificate, su cui insistono i giornali.
Le migrazioni interne sono tipiche dell’economia rurale di tutta Italia, sono le stagioni ad attirare manodopera agricola e ci sono veri e propri sistemi migratori che si possono mappare a seconda della ricchezza agricola dei vari territori.
A queste migrazioni si aggiungono quelle dirette verso le città, che esplodono durante l’età giolittiana e durante il miracolo economico. Ma non dobbiamo dimenticare i flussi pianificati, come quelli del fascismo, e le migrazioni interne delle classi medie, ancora oggi molto significativi.
L’immigrazione straniera è un fenomeno che inizia a essere significativo negli anni settanta del Novecento, su scala di massa è quindi un fenomeno più giovane. Ciò che è interessante è che in Italia ci sono stagioni – come quella attuale – in cui i tre fenomeni convivono, mentre alcune vulgate correnti escluderebbero che immigrazione ed emigrazione possano coesistere.

Nel suo testo “Guida allo studio dell’emigrazione italiana” – realizzato con Matteo Sanfilippo – Lei scrive:«Negli ultimi dieci anni gli studi sull’emigrazione italiana sono enormemente aumentati, mentre in tutta la Penisola sono nati musei e centri di ricerca dedicati allo stesso tema», e indaga poi sui motivi di questo interesse.
Èpossibile riepilogare le motivazioni di questo interesse e riportarle alla nostra attualità?

Direi che le motivazioni sono riconducibili a due grandi fattori. Da un lato la diffusione dell’immigrazione straniera, che ha contribuito a riscoprire il passato migratorio italiano, dall’altro lato esigenze d’interesse istituzionale ed economico. L’immigrazione ha dato il via a una riflessione più generale sulle categorie di straniero, di integrazione, di politica migratoria e tante altre, che inevitabilmente hanno a che fare anche con l’esperienza delle migrazioni passate.
Certo il rischio è quello di sfumare troppo le differenze e i confini tra le varie stagioni storiche, per cui lo studio e la riscoperta dell’emigrazione, nutrendosi di suggestioni e di stimoli del presente, corrono il pericolo di venire risucchiate dalle esigenze e dalle pressioni del tempo presente. Molta letteratura, divulgativa e scientifica, è caduta in questa trappola, dalla quale ci si può difendere facendo molta attenzione al metodo con cui si studiano i fenomeni, alle griglie interpretative, agli strumenti di lavoro.
L’altra grande fonte di stimoli per rileggere l’emigrazione italiana è di natura economica e istituzionale.
Nel dibattito politico, soprattutto a livello regionale, sono cresciuti molto negli ultimi venti anni i riferimenti alle comunità italiane all’estero come “business communities”, risorse da spendere in termini di internazionalizzazione delle imprese, di promozione del made in Italy, di diffusione dell’import-export tra le regioni di origine e quelle di destinazione. Parallelamente la legge sul voto degli italiani all’estero del 2001 ha ampliato a dismisura l’interesse politico-elettorale. Lo studio dell’emigrazione italiana si è quindi alimentato anche per via della committenza istituzionale, che per queste ragioni è particolarmente cresciuta.

Nella sua analisi, il cinema e la letteratura sembrano essersi assunti il compito di mettere in relazione l’esperienza dell’emigrazione italiana nel mondo con la storia del nostro paese e dei suoi mutamenti sociali. Può farci qualche esempio?

Gli esempi sono davvero moltissimi, però è bene fare una distinzione tra le opere che riguardano il passato migratorio dell’Italia (la storia dell’emigrazione) e il presente, caratterizzato, come sappiamo, dallo sviluppo dell’immigrazione straniera e da nuovi flussi di italiani diretti all’estero.
Nel corso del tempo, prima la letteratura e poi il cinema hanno restituito con grande coralità l’intensità, le dimensioni, l’importanza dell’emigrazione italiana, aprendo al grandissimo pubblico l’opportunità di comprendere meglio la questione. In letteratura prendiamo il caso di De Amicis, che non solo nel famosissimo “Dagli Appennini alle Ande” ma anche in un’opera interamente dedicata all’emigrazione (“Sull’oceano”) ha descritto con grande capacità l’esperienza del viaggio, le peripezie, le speranze di chi partiva per le Americhe. Per il cinema, il discorso è più facile, le opere dei Taviani, di Scorsese, più recentemente di Crialese, hanno avvicinato il grande pubblico a un tema che solo gli specialisti e gli addetti ai lavori avevano affrontato in modo specifico, contribuendo quindi a una grande diffusione della consapevolezza e della centralità della vicenda nella storia italiana e non solo. La letteratura poi anche negli anni più vicini a noi ha mostrato interesse e curiosità, non solo la narrativa, si pensi al libro “L’orda” di G. Stella e al suo enorme successo di vendite.
Certo, queste opere hanno il merito di far conoscere il fenomeno ma veicolano anche delle letture ben precise, a seconda degli autori e delle loro tendenze.
In generale ho l’impressione che l’impianto di questa produzione negli ultimi anni sia eccessivamente basato su una concezione vittimistica dell’emigrante, sulle sue tragedie e le sue sciagure, penso ad esempio a un altro romanzo che ha avuto notevole successo, “Vita” di M. Mazzucco.
Passando all’immigrazione il discorso è ben diverso. Al cinema nel nostro paese lo sguardo sull’immigrazione è per ora confinato in pochi film, che in genere, a parte pochi casi, sono accompagnati da una retorica pietistica molto superficiale. Negli altri paesi europei ci sono stati tentativi più coraggiosi. Penso per esempio all’importanza del film “La promesse” dei fratelli belgi Dardenne, girato nel 1996, capace di tenere insieme la profondità dell’inchiesta, lo sguardo sui soggetti, il racconto di una storia, che ruota attorno a un gruppo di immigrati africani ma che descrive con molta precisione la società e la città europea dove si trasferiscono: il lavoro nero, i conflitti generazionali, la presa di coscienza di un ragazzo belga.

A questo punto, Le chiedo di dare un giudizio sulla situazione nel nostro paese in tema d’immigrazione, anche in relazione ad altre esperienze realizzate in seno all’Unione Europea.

Rispondere sinteticamente a questa domanda è difficilissimo! L’immigrazione è ormai una realtà consolidata, che fa parte dell’economia, della scuola, della politica della musica, della cultura, dello sport e di tantissimi aspetti della vita sociale del nostro paese. Quindi dare un giudizio complessivo è molto complicato, anche perché le immigrazioni sono tantissime, diverse tra loro e dirette verso città e paesi dell’Italia profondamente differenti, quindi le interazioni, l’impatto, gli incontri e i conflitti cambiano notevolmente a seconda dei casi.
Certo, c’è qualcosa che evidentemente non funziona e va denunciato. Non funziona il modo con cui le istituzioni, lo Stato, la macchina burocratica e amministrativa hanno deciso di governare questa novità, che non è neanche più tanto una novità. Leggi restrittive, labirinti burocratici, veri e propri luoghi vessatori (come i Cie, ieri Cpt), sciatteria e mancanza di rispetto dei funzionari verso gli stranieri, impreparazione generale di quelli che dovrebbero essere gli “addetti ai lavori”, violenza e arbitrio delle forze dell’ordine, sfruttamento sul lavoro ignorato da chi dovrebbe controllare, “business” dell’assistenza e dell’accoglienza a scapito degli ultimi arrivati: queste sono cose inaccettabili che andrebbero modificate immediatamente.
C’è però anche molto altro, che è più difficile guardare se si resta chiusi dentro casa o davanti a un computer. Le città, i quartieri, anche i paesi delle zone più sperdute sono cambiati grazie all’immigrazione straniera e questo cambiamento si può leggere in tanti modi e può provocare conflitti ma rappresenta un elemento di sprovincializzazione della nostra società e della nostra cultura che andrebbe meglio compreso.

Perdoni l’appiattimento sulla cronaca e sulla terminologia più diffusa. La nostra emigrazione sembra essere stata sempre legata alla povertà. La cosiddetta “fuga dei cervelli” come può essere letta?

La fuga dei cervelli è in realtà una tendenza all’internazionalizzazione del mercato del lavoro in alcuni settori altamente qualificati che ha radici lontane. Oggi si parla molto di questo fenomeno perché lo si mette in relazione alla disoccupazione giovanile di persone laureate e specializzate, che in Italia non trovano impiego.
Io sinceramente vorrei vederci più chiaro e per ora mancano studi approfonditi, dati statistici, informazioni che ci permettono di capire meglio cosa sta succedendo. Bisogna capire quanto è aumentata la partenza per l’estero di queste categorie e soprattutto sarebbe bene verificare cosa vanno a fare quando si trovano all’estero. Perché ciò che a mio avviso è più interessante è la mappatura delle loro occupazioni. Trovano tutti lavoro nei centri di ricerca e nei dipartimenti universitari? No, sappiamo che molti lavorano nei ristoranti, nel commercio, nei servizi, anche in agricoltura, come nel caso australiano. Ecco, penso sia importante conoscere meglio questa realtà e poi proporne delle letture, che, per non essere impressionistiche, hanno bisogno di un monte di informazioni che non so se ancora abbiamo a disposizione.
Con ciò non voglio affatto sminuire questa realtà, ovviamente, però penso che ancora vada studiata e compresa a fondo.

Ancora una questione resta ineludibile: la distinzione fra ius soli e ius sanguinis ha ancora un senso? E’ questa una questione inquadrabile anche da un punto di vista storico e sociologico?

Anche qui ci sarebbe molto da discutere. Pensi che l’ultima legge sulla cittadinanza, molto chiusa verso gli immigrati stranieri e molto aperta verso i discendenti degli italiani all’estero, è stata approvata molto recentemente, nel 1992, e venne approvata all’unanimità, tutti d’accordo, destra e sinistra.
La cittadinanza andrebbe sicuramente riletta alla luce delle tante trasformazioni avvenute negli ultimi vent’anni e un suo maggiore ancoraggio alla realtà e non alla tradizione ci permetterebbe sicuramente di vivere in un paese più inclusivo. Però penso che a volte nel dibattito pubblico prevalgono gli slogan e le mode e questo quando si vogliono affrontare i problemi rappresenta un limite.
Mi spiego meglio. Non basta riformare la legge sulla cittadinanza per dare una sterzata alle politiche migratorie, bisogna ad esempio intervenire sulla legge Bossi-Fini, cancellandola naturalmente ma immaginando allo stesso tempo soluzioni concrete per ripensare i meccanismi d’ingresso nel nostro paese. Come pure ci sarebbe bisogno di un intervento legislativo sul diritto d’asilo, in Italia manca una legislazione specifica in merito e questo è un limite gravissimo, che viene scontato in carne e ossa dai rifugiati che arrivano qui e che sono sballottati in un sistema di accoglienza incerto, mal funzionante e contraddittorio, oltreché vessatorio, come negli ultimi mesi abbiamo potuto vedere meglio.

Quali strumenti si sentirebbe di indicare per chi volesse approfondire la questione?

Io penso che per capire le migrazioni bisogna fare due cose: guardarsi intorno e studiare. Guardarsi intorno significa mettersi in relazione con chi nella propria vita ha vissuto esperienze migratorie: nonni, zii, parenti, amici ma anche ragazzi, vicini di casa, compagni di scuola o di lavoro, negozianti. Ascoltare la voce di chi vuole raccontarsi è la cosa più semplice e più importante per capire meglio qualcosa che se ci fermiamo alla televisione o a internet resta francamente incomprensibile.
E poi bisogna studiare, oggi per fortuna gli strumenti non mancano: centri di studio, biblioteche specializzate, documentazioni prodotte da enti pubblici e privati, le informazioni disponibili sono tante, vanno cercate con attenzione e ovviamente vanno anche interpretate.
Un buon punto di partenza possono essere i tanti portali web che si occupano di queste cose dal punto di vista scientifico, per me e per i miei interessi resta sempre fondamentale il Centro studi emigrazione di Roma (www.cser.org).
Antonio Fresa

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